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- No drugs or nuclear weapons allowed inside!
"Vede, il fatto grave non è che io non credo in dio, il fatto è che non credo neanche che ci crediate voi....." Letto su un blog, ma non ricordo quale  |
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28 ottobre 2008
Due parole sulle proteste
Non conosco di preciso le norme introdotte dal decreto Gelmini, d'altra parte credo che non lo sappiano bene neanche molti di coloro che protestano contro il ministro. La protesta è legittima? il decreto fa tanto cagare? sarà, non ho motivo per dubitare della preparazione e dell'assoluta imparzialità del mondo della scuola e dell'università, l'ho provato sulla mia pelle (si nota il sarcasmo?). Epperò tutti 'sti contestatori, e parlo dei giovani che più dovrebbero rappresentare le "vittime" di questo nuovo attacco fascista allo stato sociale costituito, raramente - ed è un eufemismo - li ho visti manifestare contro quei professori con i quali ora vanno a braccetto. Se il decreto Gelmini è tanto deprecabile da far andare in piazza insieme giovani di destra e di sinistra e tutti con i loro prof, ben vengano: ma sono gli stessi ragazzi che si lamentano quotidianamente, e giustamente, di una università decrepita, fatta di scansafatiche e di incompetenti, di baroni che non sanno cosa sia la ricerca e considerano la didattica un mero obbligo da sbrigare alla bene e meglio, sempre che non si riesca a sottrarsi obbligando dottorandi e ricercatori a lezioni alle quali non sarebbero tenuti - e per le quali invece si prestano. Però sono contrari alla trasformazione delle università in fondazioni, che comporterebbe un minimo (davvero un minimo, ma sarebbe pur sempre un primo passo) di maggior controllo sulla spesa e sui risultati di ricerca e didattica, costringendo i docenti a fare un minimo di ciò che dovrebbe essere loro dovere e contribuirebbe ad aumentare la qualità dell'università, con conseguenze positive sul valore del titolo rilasciato dall'ateneo. Sono quegli stessi ragazzi che ad ogni cavolo di manifestazione e di assemblea si lamentano, giustamente, del proliferare di lauree a gogò, di corsi seguiti da due-tre studenti, di insegnamenti da pochi crediti istituiti per dare un po' di cattedre (e compiacere quei professori che poi voteranno quel rettore): però non vogliono la riduzione del numero di sostituti dei docenti pensionandi, che rappresenterebbe una primissima razionalizzazione di un corpo docente ormai privo di qualsiasi controllo, che decide il bello ed il cattivo tempo in barba a qualsiasi indicazione del CUN e degli altri organi di pseudo-controllo universitari. Ho fatto solo questi due esempi perché ne ho letto sui giornali, ma ci sarebbero tante altre cose da dire. Perché mai questo strano silenzio durante gli anni e poi, più o meno improvvisa, l'esplosione di protesta quando qualcosa pare muoversi, di qualsiasi cosa si tratti? Se è fatto male un decreto si può modificare, se ne può discutere, ma invece le parole d'ordine sono <<Vade retro!>>. Perché mai? A voler fare il destro, come ormai mi chiamano tutti a sinistra, potrei ipotizzare il fatto che il corpo docente è in grande parte vicino ad una parte politica ben rappresentata da un sindacato che è anche lo sponsor ufficiale della principale associazione di rappresentanza studentesca, ma probabilmente peccherei di cattiva fede. Potrei supporre che gil studenti siano così vigliacchi e cacasotto da non farsi capaci di protestare in faccia ai loro prof, e si accontentano di mascherarsi nella folla quelle rare volte in cui accade e poi invece manifestare platealmente al loro fianco. Forse, anche così farei di tutta un'erba un fascio. Pardon, non volevo usare questo termine, ma ci siamo capiti. Un altro punto di vista, meno concreto e più speculativo, considererebbe l'università specchio della nostra società: vecchia, ignorante, paurosa, inerme e senza voglia di fare. Caratteristiche comuni tanto ai docenti quanto ai discenti: la protesta generalizzata altro non è che l'estremo tentativo di mantenere uno status quo che, per lo meno, si conosce bene e di cui non si ha paura, per quanto faccia schifo.
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16 settembre 2008
Potrei dirti che non hai capito un cazzo, diventeresti per questo antifascista?
Questo titolo wertmulleriano lo devo alla lettera che Federico Iadicicco, presidente di Azione Giovani Roma, ha indirizzato ad ogni italiano e, attraverso di essi, al loro (e suo) presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il perché lo sappiamo. Il punto che mi da fastidio non è che Federico si dichiari non-antifascista. Saranno anche cazzi suoi, in fondo. Ha tutto il diritto di esserlo, mica dobbiamo giurare fedeltà alla Costituzione o ad un'ipotetica carta dell'antifascismo. Il punto è che Federico fa dell'antifascismo una questione di etichetta, ricordando che sedicenti antifascisti hanno picchiato e ucciso ragazzi (presumo fascisti, a questo punto?) come lui. Che gli antifascisti sono quelli che mettono nomi, cognomi e indirizzi dei propri avversari su internet, implicitamente invitando a ritorsioni, o devastano sedi di partito. Ovviamente, sempre di tizi come lui, cioè forse fascisti. Caro Federico, ti svelerò un segreto: quei tizi non sono antifascisti. Non si possono identificare nel significato che oggi diamo, e il tuo Presidente ha dato, a quel termine. Un significato condiviso, intendiamoci, non deciso a tavolino, che si rifà ai principi fondanti dell'antifascismo, di quell'antifascismo che ha unito liberali, cattolici, comunisti, socialisti, uomini di destra, di sinistra etc. Quei valori sono il rifiuto dell'oppressione, il rifiuto di uno stato violento ed impositivo, illiberale e totalitario, il rifiuto di una stampa controllata e del divieto di riunirsi in un partito politico. Rifiuto di dover giurare fedeltà ad un'ideologia ed una persona - non ad una Bandiera, o ad una Nazione, ma ad una persona! - per poter fare il professore universitario, ed è stato anche il rifiuto ad essere discriminati e perseguiti per la propria religione. Voi avete manifestato per i diritti umani in Cina, ricordando i crimini che vengono compiuti sulle donne che aspettano il secondo figlio o le violenze contro il popolo tibetano. Avete manifestato perché ai cittadini possa essere riconosciuto il diritto ad una casa ed un lavoro. Immagino che sareste con me nel contrastare ogni violenza contro chi ha un'idea diversa dalla vostra o dalla mia, e per quanto tu e molti tuoi amici possiate essere ferventi cattolici so che mettereste sempre la libertà dell'individuo davanti alla presunta supremazia di una religione rispetto ad un'altra, o alla mancanza di fede. Beh, Federi', mi dispiace, ma stai nei guai: tu sei antifascista, quelli che tu credi lo siano invece no. O mi sbaglio?
fascismo
antifascismo
libertà
fascistirossi
| inviato da alexp il 16/9/2008 alle 20:25 | |
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11 settembre 2008
Il travaglio del giornalismo italiano
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2018725 http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/insulti-schifani/travaglio-vacanze/travaglio-vacanze.html
Ovviamente non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. E
Marco Travaglio, al pari di Grillo, di (purtroppo ormai) Santoro, di
Berlusconi, della Guzzanti e di tutti gli altri populisti che affollano
i media italiani in questi tempi di magra e traballante democrazia (e
scarsa cultura politica e giornalistica), si bea del seguito che ha,
dei suoi "fan" o, come a me sembra più corretto dire, dei suoi (e loro)
"fedeli". E' concezione fideistica credere nella supremazia morale
di una persona, nell'inviolabilità del suo ruolo, nel suo essere al di
sopra del giudizio dei suoi pari ed invece affidarsi solo alla volontà
del popolo, fin tanto - è ovvio - che si sia capace di attirarne le
simpatie e di soggiogarlo. Vox populi vox dei, no? D'Avanzo,
giornalista di lunga data (definire Travaglio giornalista è davvero un
pugno nello stomaco), ha semplicemente applicato al Sommo i suoi stessi
trucchetti, avendo il buon gusto di evitare gli insulti dei quali
invece il cosiddetto giornalista di destra passato a sinistra è un vero
e proprio mago. Peccato che D'Avanzo, uno dei pochi giornalisti che
a sinistra abbia avuto il coraggio di mettere in evidenza questa
deformazione del giornalismo italiano, non abbia voluto davvero
utilizzare fino in fondo il sistema travagliano (o grilliano, o
berlusconiano etc. etc.): mettersi in piedi, alla fine dell'arringa, e
chiedere "Volete Gesù o Barabba?". "Barabba, Barabba", si sentono
rispondere quei populisti da parte dei loro fedeli, pensando che
Barabba s'identifichi con quella parola abusata da Travaglio: la
"verità".
verità
fede
travaglio
schifogiornalismo
| inviato da alexp il 11/9/2008 alle 10:42 | |
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17 luglio 2008
Quagliarello scrive, io me medesimo rispondo
http://www.gaetanoquagliariello.it/node/422
A mio parere, è il suo commento ad essere ben poco liberale e contro lo
stato di diritto: riprendendo il titolo di un altro articolo nel suo
blog, "Ritenere illegittimo il potere è una specialità italiana" alla
quale neanche lei si sottrae.
I giudici (di diverse corti e gradi di giudizio, sottolineo) hanno
semplicemente interpretato ed applicato la legge e la costituzione, non
hanno assolutamente "approvato de facto" alcuna legge.
Lo stato di diritto è salvo proprio per questo: la corte agisce
indipendentemente dal Parlamento senza sovrapporsi ad esso ma
interpretando le leggi, ed il Parlamento può legiferare contro quelle
stesse leggi abrogandole o dettagliando maggiormente la loro
applicabilità.
Il punto è un altro.
Il Parlamento è latitante, vigliacco, ha deciso di non decidere perché
i suoi componenti, tra i quali lei, non hanno il coraggio di assumere
una decisione di fronte a se stessi, alla propria coscienza e di fronte
al paese.
Nel caso Englaro non è successo nulla di particolarmente eccezionale:
in altri casi, se non analoghi affini, i giudici hanno preso decisioni
che tutelassero la libertà del cittadino nei confronti di uno Stato
indecisionista od oppressivo (e non è un principio, anzi IL principio
liberale per eccellenza, questo??), intepretando ed applicando i
dettami costituzionali, com'è avvenuto in altre materie - le più
disparate.
Non è delegittimando un potere costituzionale (rimane il diritto di non
condividere e di criticare una sentenza, s'intende) o paventando chissà
quali golpe a colpi di sentenze che si tutela il cittadino, ma
legiferando: garantire a chi NON vuole morire di essere sottoposto a
tutte le cure, anche quelle che molti di noi riterrebbero superflue od
inopportune, senza abbandonarlo a imprecisate volontà di parenti e
congiunti, lasciando la possibilità a chi non condivide questo pensiero
che la natura faccia il suo corso. Che è esattamente ciò che accadrà ad
Eluana Englaro e ciò che è accaduto a Welby e a tanti altri rimasti
nell'anonimato di corsie di ospedali colpevolmente compiacenti.
Approvate il dl sul testamento biologico, tuteliamo chi vuole vivere
nonostante tutto e lasciamo la libertà di decidere al cittadino.
Facciamo i liberali, parola abusata e sconosciuta.
| inviato da alexp il 17/7/2008 alle 9:27 | |
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30 marzo 2008
Un buon motivo per farsi regalare una wii
 Credo che mai come in questa occasione l’abusata pagina dei ringraziamenti sia risultata così necessaria, oltre che voluta. Ci sono dei ringraziamenti che, visti come dovuti, rischiano spesso di sembrare poco sentiti: non è così per il professor Basset, che mi ha concesso una fiducia riservata penso a pochi studenti quando mi coinvolse nel progetto Loicz.
Ci sono poi i ringraziamenti classici alla famiglia, che in questi anni ha dovuto sopportare molto, e quelli meno usuali a chi non c’è più ma ha creduto – e forse desiderato – questa laurea più di chi l’ha conseguita.
In tutto questo tempo ho avuto la fortuna, l’onore e l’immenso piacere di conoscere delle persone intelligenti, colte, solari che hanno riempito la mia vita e mi hanno reso la persona che sono oggi (molti si diranno poco fieri del risultato):
Umberto, Francesco, Fabio, gentaglia con la quale ho condiviso, oltre la casa, risate, preoccupazioni e sogni;
Ema, Raffaella, Elena e Paola, che da colleghe di lavoro, o conoscenze sbiadite dal tempo, sono diventate amicizie sincere sulle quali poter contare;
Marco, Rino, Roberta e Francesco C., con i quali è stato molto, molto più semplice e divertente passare le giornate in laboratorio.
E poi le persone senza le quali mai, davvero mai sarebbe stato possibile arrivare a questo punto.
Innanzitutto Annita (una volta tanto lo scrivo correttamente): molti invidieranno la nostra amicizia, ma pochi potranno capirne il valore. E pochissimi meritano la stima che ho nei suoi confronti.
Ilaria e Luigi: questo lavoro è in buona parte loro, in un modo o nell’altro sono state le persone che più mi sono state vicine in quei lunghi giorni passati in laboratorio e, dopo, quelle che più mi hanno spronato ed aiutato e sulle quali ho potuto sempre fare affidamento. E ci sarebbe molto, molto altro da scrivere…
Infine Paoletta, Antonio e Chiara… loro sanno perché, e qualsiasi frase sembrerebbe superflua.
Il brutto di ogni
romanzo è che ha una fine: pur sapendolo, si finisce per
affezionarsi ai personaggi, a volte ci si innamora di alcuni di essi,
altri li si odia e da molti si impara. Le storie dovrebbero finire a
metà del libro, così la seconda parte la si potrebbe
dedicare ad accomiatarsi, lentamente, da quelle persone che si è
imparato a conoscere. Ecco, questa
pagina è l’ultima di una storia durata dieci anni: per omicidio colposo m’avrebbero dato meno.
| inviato da alexp il 30/3/2008 alle 19:3 | |
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4 marzo 2008
Adinolfi eletto nel Lazio, in caso di vittoria
Beh, era ora di avere un under 38 in Parlamento. E se il PD perde, punteremo all'under 43 ma over 40 nel 2013, tanto l'Italia invecchia.
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24 dicembre 2007
Quelle immagini che ritornano...
Ricordo la terribile vicenda del piccolo Tommaso Onofri. Un rapimento che toccò tutti gli italiani, e ricordo lo sgomento di fronte all'epilogo terribile, ricordo anche quel senso di vuoto quando si seppe che l'omicidio avvenne poche ore dal rapimento. Ricordo che il padre di Tommy, Paolo, venne indagato per possesso di materiale pedopornografico, per il quale patteggiò una pena a sei mesi con la condizionale. Ricordo che questa terribile scoperta venne immediatamente messa in relazione con il rapimento, facendo prefigurare qualche macabro scambio con i sequestratori o un "gioco" finito male, immaginando Tommy vittima di un giro di pornografia che aveva proprio nel padre la sua mente. Nulla di tutto questo. Paolo Onofri era, a quanto pare, una persona malata o chissà che altro, ma sicuramente non aveva nulla a che fare con l'omicidio del figlio.
Ecco, quando ho saputo che dal pc di Alberto Stasi, indagato per l'assassinio della fidanzata Chiara Poggi avvenuto a Garlasco, sarebbero uscite fuori immagini pedopornografiche e che queste, secondo gli eloquenti investigatori, costituirebbero il movente per il reato del quale è accusato, mi è tornato alla mente la terribile vicenda degli Onofri. E la mania degli inquirenti italiani a non tenere la bocca cucita e lavorare, invece che stare a parlare con i giornalisti propugnando ipotesi che non hanno alcun fondamento. Magari questa volta gli va di culo e i fatti daranno loro ragione, ma il problema del metodo rimane comunque.
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13 dicembre 2007
Tutti s'inchinino di fronte all'omosessualità
Mi rendo sempre più conto che l’uomo non è fatto per vivere senza un fine. Non intendo uno scopo individuale ma un fine ultimo, trascendente, che valga per tutti, in ogni tempo ed in ogni condizione. La religione risponde benissimo a questa necessità, ma anche un malinteso scientismo fa al caso dei deterministi (notato il – pessimo – gioco di parole?). Non siamo in grado di concepire una vita dettata unicamente dalla casualità, dalla totale assenza di uno scopo. Questo pensiero mi è venuto, affetto anche da una febbre da cavallo, dopo una discussione sull’omosessualità con degli amici, tutti con una solida cultura scientifica ed impiegati nel settore accademico. Galeotta è stata la considerazione che uno dei commensali ha fatto: l’omosessualità è accettabilissima, moralmente e socialmente, però c’è da ammettere che è un comportamento antievoluzionistico. La solita tiritera che: <<Se tutti gli uomini fossero omosessuali, la specie umana si estinguerebbe>>. La nota che anche una bomba atomica avrebbe lo stesso effetto non ha sortito interesse. Da lì è iniziato un battibecco scientifico (o pseudo-tale) con citazione di casi di omosessualità tra animali (ronf), di significato della riproduzione sessuata nel ricombinamento genetico, insomma di tutte le classiche esposizioni a base scientifica volte a decretare una maggiore o minore “naturalità” dell’omosessualità.
“Quanto è vero che innaturale in genere significa solo inconsueto e che tutto ciò che è usuale appare naturale” – John Stuart Mill
Il problema non era, per me, ovviamente stabilire se l’omosessualità fosse o meno naturale, ma piuttosto asserire il principio che l’uomo la natura non la conosce né la conoscerà mai: siamo abituati a considerare naturale semplicemente ciò che ci è più familiare. E noto che nel campo della scienza sono gli stessi scienziati a non avere spesso le idee ben chiare a causa, a mio parere, di una cultura accademica ormai da terzo mondo dell’università italiana e di un appiattimento della ricerca. Di ogni fenomeno, sia esso fisico, chimico o sociale, lo studioso può fornire una teoria, che generalmente si esplica in un modello che tenti di descrivere più o meno compiutamente il fenomeno. Il modello viene sottoposto a verifica, con il metodo della falsificazione, viene corretto e poi, se le prove a suo sostegno diventano rilevanti, assurge ad una validità che non lo fa certo diventare legge, tutt’altro. E qualsiasi fenomeno, qualsiasi modello non è in sé valido solo perché corroborato da secoli di prove. Né un modello indica chiaramente l’evoluzione del fenomeno, essendo necessariamente una generalizzazione forzata. Ad esempio, secondo alcuni l’omosessualità si spiega come meccanismo di autoregolazione della specie umana, dal momento che avrebbe superato la sua capacità portante: ovviamente è una minchiata. Come è una minchiata – termine tecnico-scientifico, s’intenda – affermare che l’omosessualità sia contronatura perché vieti la continuità della specie: entrambe le affermazioni implicano un determinismo nella vita dell’uomo e dello stesso pianeta che ovviamente non ha alcun fondamento, supponendo una forza trascendente in grado di indicare il corretto cammino. C’è qualcuno che ci obbliga a riprodurci? Oppure rende gli omosessuali sterili? La naturalità dell’omosessualità è insita nel fatto stesso che esista, e nessuno può affermare che la specie umana non sia in grado di svilupparsi anche se fosse totalmente composta da omosessuali (checche, froci, chiamateli come volete): sia perché non sappiamo come potrebbe evolvere la specie di fronte ad una simile eventualità (peraltro remotissima, sempre che sia possibile), sia perché l’evoluzione non dipende unicamente da fattori insiti nel corpo dell’individuo ma anche da come questi sia riuscito a cambiare l’ambiente stesso. E l’uomo è stato in grado di modificare l’ambiente e la sua stessa vita profondamente, raddoppiando o triplicando la sua aspettativa di vita, aumentando la sopravvivenza della propria prole, modificando o guidando il suo ciclo vitale con la definizione di tecniche abortive e di inseminazione artificiale. E tutto questo non fa parte della specie umana e della sua evoluzione, come ne hanno fatto parte la scoperta del fuoco e l’invenzione dell’agricoltura?
Ah, no, è vero, tutto ciò non è “naturale”. Secondo chi? Ah, boh.
omosessualità
scienza
natura
determinismo
| inviato da alexp il 13/12/2007 alle 12:39 | |
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13 dicembre 2007
Non vogliamo che la Binetti venga discrimnata!!
Proprio per questo è necessaria l'approvazione del cosiddetto "emendamento anti-omofobia". Che c'entra l'omosessualità con la Binetti (niente sarcasmo, per cortesia)? Nulla, suppongo. La Binetti c'entra con l'Art.13 del Trattato di Amsterdam (meglio dire "Trattato istitutivo della Comunità Europea", se no c'incasiniamo con i numeri degli articoli), il quale chiede di adottare opportune politiche di tutela dalle discriminazioni basate, fra l'altro, su convinzioni religiose e personali - cosa che credo la Binetti, ed il suo cilicio, dovrebbe apprezzare. Il motivo del contendere riguarda il richiamo a questo articolo dove semplicemente si fa menzione delle tipologie di discriminazione: il sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali. In accorato soccorso della teo-dem Binetti interviene anche il Ministro Mastella, forse il ministro più inutile che la storia repubblicana ricordi. Ma il Mastellone nazionale è lo stesso che ha firmato, presentato e chiesto l'approvazione di un disegno di legge a modifica della Legge Reale contro le discriminazioni che recita così: 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione, è punito: a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, in qualsiasi modo, diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere; b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Ci sarebbe da chiedersi quale differenza Mastella, autore di queste parole, noti con l'incipit dell'emendamento contestato: Art. 1-bis. – 1. All’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, il comma 1 è sostituito dal seguente: “1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione, è punito: a) con la reclusione fino a tre anni chiunque incita a commettere o commette atti di discriminazione di cui all’articolo 13, n. 1, del Trattato di Amsterdam; b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i motivi di cui alla lettera a). Si tratterà dei soliti cambi d'opinione ad minchium? Qualche riferimento: Post del blogger KlochovLegge RealeIl testo dell'emendamentoL'art.13 del TrattatoIl Disegno di Legge sulla sicurezzaIl Disegno di Legge "Mastella"Un grazie a Titollo che mi ha preceduto, tramite Fine delle Danze, segnalandomi l'esatto numero della pdl Mastella.
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4 novembre 2007
Sono un obiettore: mi rifiuto di cedere all'ignoranza vaticana
Molti sono intervenuti sull'ennesimo, pubblicizzatissimo diktat di Papa Benedetto XVI. Laicisti anticlericali a priori, devoti che ovviamente condividono la posizione espressa dal Vaticano, atei devoti che, "partendo da un punto di vista laico" (il loro, personale ed incontrovertibile), assumono le tesi papaline. Il tema è quello dell'obiezione di coscienza: secondo papa Ratzinger, anche i farmacisti (al pari dei medici) dovrebbero poter obiettare e scegliere di non vendere farmaci comunque connessi con i gravissimi reati (ché ormai il peccato è reato, in Italia) della contraccezione, dell'aborto (in cui il farmacista nulla può) e dell'eutanasia (in Italia vietata, ma sappiamo che il Pastore fa riferimento a qualsiasi interruzione non da egli espressamente condivisa, alla faccia della scienza e della laicità). Senza rispondere direttamente ai clericalissimi atei devoti, mettiamo qualche puntino sulle i, spiegando anche a Ratzinger due-tre cosine che palesemente ignora: obiezione di coscienza non vuol dire che ci si rifiuta di compiere un qualunque compito connesso con la propria attività perché la propria morale o religione non lo concede. L'obiettore di coscienza rifiuta di compiere un atto al quale la legge lo obbliga contro la sua volontà e paga le conseguenze del suo rifiuto. Dopodiché, continuiamo a chiamare obiettore di coscienza il ragazzo che sceglie il servizio civile al posto di quello militare, ma chiariamo che è un'obiezione fatta sulla carta. Erano obiettori i primi renitenti alla leva, che sono finiti in carcere per le loro convinzioni; riconosco l'obiezione del medico che fino al 1978 pensava di non dover praticare l'aborto e si è visto poi chiamato a compiere un intervento contrario alla sua morale. Il farmacista che non vuole vendere farmaci che ritiene immorali ha innanzitutto una grandissima possibilità di scelta: può scegliere di non fare il farmacista. Nessuno lo metterà in gattabuia per questo. Ma vado oltre. E', in linea di principio, assolutamente lecito che un farmacista possa non vendere un prodotto, così come un medico possa scegliere di non praticare un aborto. Interviene però il principio degli interessi contrapposti, delle libertà limitate, che in questo caso può essere risolto solo liberalizzando totalmente il sistema farmaceutico e permettendo l'aborto nelle cliniche private (ora si può praticare solo in ospedali pubblici), sia con metodi fisici che farmacologici (ora non permessi), pagato dallo Stato così come avviene ora nelle strutture ospedaliere pubbliche. Una donna che non vuole rimanere incinta o beccarsi una malattia ha tutto il sacrosanto diritto di acquistare un contraccettivo e un farmacista ha tutto il diritto di rifiutarsi di venderglielo, ma solo se la sua libertà di scelta non viola la libertà della donna. E non la violerà se un altro farmacista ha la possibilità di comportarsi diversamente. In realtà il discorso non si chiude qui. Scegliere di non vendere un farmaco non è equivalente a scegliere di non vendere nella propria macelleria carne di cavallo, è un servizio pubblico di altissima rilevanza sociale. Un poliziotto non violento non può obiettare all'uso delle armi da fuoco, un pompiere ecologista non può rifiutarsi di usare l'acqua così come un medico testimone di geova non può rifiutare di praticare una trasfusione: semplicemente non scelgono quel lavoro. Ma per gli atei devoti vige un principio di base al quale prestare fede come ogni bravo invasato: combattere la deriva laicista dell'occidente dimenticando la laicità.
papa
obiezione
farmacisti
clericalismo
| inviato da alexp il 4/11/2007 alle 17:35 | |
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